TEATRO DELLA PIOGGIA

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Kaspar – 2004

tratto da Kaspar di Peter Handke
con Maria Serena Bellodi (il maestro), Francesca Tamagnini (Kaspar), Piero Usberti (il piccolo violinista)
regia e drammaturgia e Anne Zénour
realizzato a Spazio Dedalus (Cremona) e al Capanno di Ribatti (Toscana); presentato a Cremona e al Capanno di Ribatti nel 2004

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Sì, ho l’impressione che la mia apparizione su questa terra sia stata una caduta brutale.

“La domenica di Pentecoste del 1828 fu trovato nella città di N. un adolescente che fu in seguito chiamato Kaspar Hauser. Camminava a mala pena e riusciva a pronunciare una sola frase: “Vorrei diventare un cavaliere come mio padre”. Più tardi, quando ebbe imparato a parlare, fece le seguenti dichiarazioni: per quanto si ricorda, è vissuto sempre in un buco, seduto a piedi scalzi sul pavimento: non ha mai udito un rumore, né d’uomo, né d’animale o altro. Non ha mai potuto accorgersi della differenza tra il giorno e la notte e ancor meno ha avuto occasione di vedere le belle luci del cielo. Non ha mai visto in faccia l’uomo che gli portava da mangiare e da bere. Un giorno, l’uomo l’ha issato sulle proprie spalle, e l’ha portato fuori; poi si era fatta notte fonda. Nel linguaggio di Kaspar questo “farsi notte” significava perdere i sensi, come risultò in diverse occasioni nei primi tempi del suo soggiorno a Norimberga.”
Quando Kaspar Hauser, rinchiuso in una cantina fino all’età di diciassette anni, apparve nella cittadina di Norimberga munito da uno strano biglietto di presentazione, fu accolto dal professor Daumer che gli fece da maestro in casa sua per quattro anni e notò, giorno dopo giorno, tutto quello che diceva e faceva. Cinque anni dopo il suo “arrivo nel mondo”, Kaspar fu ammazzato da uno sconosciuto probabilmente perché era diventato una presenza troppo ingombrante per quelli che l’avevano sequestrato.

Il testo di Handke è centrato sull’apprendimento estenuante della parola, della grammatica, delle regole da seguire per vivere in mezzo agli uomini, a cominciare da quelle che reggono il parlare e il modo stesso di pensare.
Per Kaspar, “caduto brutalmente” sulla terra – come diceva lui stesso – dotato di un’acutezza sensoriale straordinaria, come se venisse da un altro pianeta, e per il quale ogni novità è fonte di terrore, quest’apprendimento è una specie di tortura alla quale si sottomette con un fervore folle.
Il suo maestrino, che neanche lui appartiene veramente al mondo degli uomini, esegue il suo incarico, scimmiottandoli, ora con ardore, ora con noia o crudeltà.
Per una sera il maestrino apre ai curiosi lo spettacolo dei laboriosi progressi del suo allievo.

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